Le foto in casa di Berlusconi violano una residenza di stato
Dopo il nostro “allarme” dell’altro ieri e di ieri, la cosa è stata ripresa da più organi di stampa.
La residenza di un Presidente del Consiglio è equirabile per legge a una “residenza di Stato” e dunque a tutte le restrizioni del caso e di legge, e questo per citare una fonte autorevole come Repubblica che oggi riprende il nostro “warning”.
Dunque quelle foto, anche se apparentemente innocenti e a fini di spacconeria, violerebbero la legge.
Come le foto di Villa Certosa, e ancora le registrazioni ambientali operate da Patrizia D’Addario.
Un qualsiasi cittadino che si fosse visto fotografare le sue camere o registrare le conversazioni senza il suo consenso , potrebbe opporre una querela per violazione della Privacy : figuriamoci poi se fossero diffuse dalal diretta interessata.
In questo caso una residenza del Presidente del Consiglio ( chiunque esso sia ) è equiparabile a residenza di stato, e se si pensa che in quelel residenze (tipo Villa Certosa) sono transitati “grandi del mondo” come Vladimir Putin per citarne uno.
Non crediamo sia lecito scattare foto, registrare voci e ambienti, ancor meno lecito riteniamo sia l’ingenua mossa di fornire alla stampa le foto scattate.
Vada per i gioielli ricevuti i regalo, vada per il sunto delle conversazioni, ma se è vero come è vero che la residenza di un Presidente del Consiglio è residenza di Stato, quella è una esplicita violazione.
L’altro aspetto è come a Palazzo Grazioli e a Villa Certosa ci si possa “intrufolare” comodamente e per lungo periodo al punto di scattare foto anche agli ospiti in momenti di intimità, o il fatto che si possa essere al momento giusto per fotografare dei voli di stato con mezzi della Aereonautica militare .
Le ragazze che hanno partecipato alle feste di Palazzo Grazioli hanno affermato che è bastata una telefonata di “qualcuno” per far spalancare le porte del Palazzo.
Chi chiamava questo “qualcuno” che era in grado di far aprire i portoni della residenza di stato di Silvio Berlusconi?
Qui non siamo d’accordo con alcuni organi di informazione che traggono la conclusione che sia stato lo stesso Premier ad autorizzare gli accessi.
Se è vero come è vero che è rimasto scandalizzato dalla violazione della sua residenza sarda di Villa Certosa, figuriamoci come poteva mettere a repentaglio la privacy di Palazzo Grazioli.
Ma la questione è ancora più solida : è una ragione di sicurezza e di controlli.
Chiunque si sarebbe potuto introdurre nella residenza del Premier, scattare foto e non solo. E’ quel “non solo” che desta preoccupazioni alla luce delle affermazioni di quel Gioacchino Genghi che ha paragonato il caso a quello del giudige Giovanni Falcone, e asserendo che c’è qualcuno in giro che sa tutto, ma proprio tutto di Silvio Berlusconi.
Se Genchi dovesse aver ragione diventa automaticamente anche un problema di sicurezza nazionale e internazionale : gli illustri ospiti che transitano in quelle residenze di stato sarebbero quantomeno a rischio privacy.
E non crediamo assolutamente alla favola che sia il Premier a impartire ordini per allentare questa sicurezza, come non crediamo alla favola che abbia saputo in anticipo il “mestiere” più antico del mondo che praticava Patrizia D’Addario.
Il problema, a nostro avviso, deve superare la stessa indagine che i magistrati di Bari sapientemente stanno conducendo.
Ne servono le audizioni al Copasir di Genchi o di altri : chi ha il potere di indagare, di cercare responsabilità e colpirle, lo faccia senza remore e timore.
E questo presuppone un azione energica e di responsabilità : se, come sostiene Genchi, ci sia una o più talpe, queste vengano scoperte e rimosse e ridata la giusta funzione ai servizi di sicurezza che devono tutelare il Premier chiunque esso sia, e qualunque partito rappresenti.
Se in Italia si possono scattare con così faciltà 5.000 foto alla residenza del Premier dove transitano i “grandi del mondo”, dove una rampante 23 enne e una escort possono fare foto e registrazioni a piacimento, tutti ci guarderanno con sospetto. E speriamo solo con sospetto.
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